Hai presente quando fissi troppo a lungo il tuo riflesso? E non vedi più te stesso?”. Chi non si è mai perso nello specchio, come una moderna Alice pronta ad avventurarsi nel Paese delle Meraviglie?È un viaggio onirico e malinconico quello intrapreso dai FLIC FLOC, duo veronese composto da Ilaria Righi e Davide Porcelli. Un itinerario nostalgico alla scoperta di sé e il cui punto di partenza è segnato da Pazza e imbarazzata.


Pazza e imbarazzata è il vostro ultimo singolo, uscito il 22 maggio per l’etichetta indipendente Cabezon Italy. Tema centrale del brano è il concetto di derealizzazione. Di cosa si tratta?

La derealizzazione è un disturbo dissociativo che dà una sensazione di distacco dal mondo. Detta ancora più semplicemente, è come trovarsi all’interno di un sogno dove si vacilla tra l’essere il protagonista in carne e ossa e tra la percezione di essere fuori da sé e di vedere l’ambiente circostante indefinito, confuso e deformato. Porta molto spesso con sé anche la depersonalizzazione, ossia l’allontanamento dal proprio corpo. È un viaggio estatico e terribile fuori dal mondo e da se stessi.

In questa prospettiva, un oggetto carico di significati è lo specchio, che rimanda a chi si guarda un’immagine distorta di sé. Qual è il vostro rapporto con gli specchi?

Davide: per me è uno strumento di controllo per la mia immagine, per vedere se tutto è a posto. Diciamo che lo uso nel modo più tradizionale.

Ilaria: quando prevalevano i sintomi da derealizzazione (soprattutto durante l’adolescenza) provavo un forte senso di disagio nel guardarmi allo specchio, tanto da evitare l’incontro a volte con il mio riflesso. Ora riesco a guardarmi neutralmente, senza la paura di vedere un volto che potrei non riconoscere.

Quali credete siano gli ingredienti per risanare – o anche solo alleviare – questa frattura tra noi e il mondo?

Crediamo che conoscersi, informarsi e sapere che la derealizzazione esiste faccia veramente la differenza. È importante non isolarsi (una tendenza di chi ha questo disturbo), parlare con le persone senza provare vergogna e imparare ad essere più sinceri con se stessi e con gli altri per evitare una frattura più profonda tra l’Io e il mondo.

Per alcuni la Quarantena è stata una forma di prigionia, per altri un’occasione di riscoprire qualcosa che si era dimenticato. Per tutti ha significato ritrovarsi soli con sé stessi. Come avete vissuto questi giorni?

Davide: ho passato molto tempo con me stesso facendo quelle cose che non facevo da tanto per il troppo lavoro pre-quarantena. Quindi ho composto musica nuova, ho ripreso lo studio di brani classici, ho dormito di più, ho giocato e ho mangiato con più regolarità. L’ho presa come una vacanza anticipata: non mi sono mai annoiato e ho sempre avuto qualcosa da fare. Ma, allo stesso tempo, ho trascorso delle settimane di depressione e apatia, poiché mi sono visto crollare tutto ciò che finora avevo costruito. Molte cose hanno cominciato a perdere totalmente senso e mi domandavo se tutte le energie spese prima della quarantena fossero servite a qualcosa.

Ilaria: non nego di aver avuto timore di ricadere nella derealizzazione e nella depersonalizzazione. In passato ho trascorso molto tempo da sola, quindi per me la quarantena è sembrato un ritorno alle origini. Ma ho cercato di tenere la mente occupata il più possibile soprattutto con lo studio e con letture che mi appassionassero. Inoltre la progettazione del video di Pazza e imbarazzata è stato un ottimo passatempo per rimodellare il disturbo.

Molti artisti hanno cercato di correre ai ripari sperimentando forme – spesso stravaganti – di interazione con il proprio pubblico tramite i social. In questi due mesi abbiamo assistito ad un vero e proprio boom dei live su Instagram e FaceBook. Quali sono le vostre posizioni a riguardo?

Inizialmente abbiamo fatto un paio di live, ma, abitando in due case diverse e avendo gran parte della strumentazione nel nostro studio, abbiamo pensato che nel nostro caso le dirette non fossero del tutto funzionali, quindi abbiamo preferito passare questo periodo formandoci, accumulando nuove idee.

Nel 2019 è uscito il vostro primo album, Flic Floc, per Cabezon Italy. Un lavoro “di musica elettronica, nostalgica e lo-fi”. Qual è la cosa di cui avete più nostalgia?

Probabilmente proviamo un po’ di nostalgia per il senso di libertà e novità provata durante l’infanzia. Ma in fondo in fondo non siamo così nostalgici, anzi, viviamo più proiettati verso il futuro, sempre curiosi di sapere cosa inventeremo, come evolveremo.

Intervista a cura di Jacopo Torre

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