Blindur è lo pseudonimo di Massimo De Vita, cantautore, polistrumentista e producer napoletano, classe 1987; le sue principali ispirazioni sono la musica folk, il rock alternativo, il cantautorato e il post rock.
In cinque anni di attività Blindur  ha collezionato più di 350  concerti tra Italia, Belgio, Islanda, Francia, Germania, Irlanda e USA, prendendo parte ad importanti festival internazionali come: Body&Soul Festival (2015) a Westmeath; Iceland Airwaves Festival (2016 & 2017) a Reykjavik;SXSW Festival (2018) ad Austin – Texas; People Festival (2018) a Berlino, in qualità di ospite di Damien Rice; Italiart Festival (2019) a Dijon.

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Blindur, hai suonato in più di 350 live, ed il tuo ultimo tour ti ha visto alle prese con il tuo album A. … Raccontaci un po’ di questo disco.

“A” è stato un disco nato e realizzato con relativa velocità, ma l’irruenza della sua genesi è stata direttamente proporzionale all’intensità dell’eruzione emotiva che lo ha partorito. Era un periodo particolarmente difficile, sofferente e doloroso, ma la musica ha avuto una funzione esorcistica molto importante e così, se da un lato o impresso quel malessere nelle canzoni, proprio attraverso la scrittura e la composizione ho intravisto dei lampi di luce, delle nuove consapevolezze.

Questo disco mi ha dato la possibilità di sperimentare un sound più complesso, lavorando alla produzione con quel fenomeno di Paolo Alberta, di collaborare con artisti meravigliosi come Adriano Viterbini (bud spencer blues explosion) e Jt Bates (boniver, big red machine), di rilavorare con Tempesta dischi e big time, persone veramente splendide, ma soprattutto mi ha dato l’occasione di mettere su una band fighissima con la quale abbiamo realizzato un intenso tour, purtroppo interrotto dall’emergenza covid 19, ma con la quale si stanno facendo grandi sogni per il futuro.

Insomma mi piace pensare che la sintesi perfetta è in un verso di una canzone di Leonard Cohen: c’è una crepa in ogni cosa ed è da li che entra la luce.


“E l’essenziale rimane/ Comunque invisibile agli occhi” canti in un tuo brano di A., ricalcando un po’ una famosa frase de Il Piccolo Principe. Una frase emblematica ed eloquente molto vicina alla tua vita… 

“Invisibile agli occhi” è una canzone importante per questo disco, ricordo molto nitidamente quando è arrivata, quando ho sentito che stava per arrivare (ero a Milano, ad un concerto dei National insieme ad Enrico Molteni dei tre allegri ragazzi morti e Daniele Ruotolo dei Malmö).

Dentro c’è molto crudo realismo, una vena di amarezza nel prendere atto di quanto possa essere ingannevole la superfice e, d’altro canto, di quando possa essere nascosta l’essenza delle cose. Ho puntato fin da subito su questa canzone, dandogli il compito di aprire il disco, lanciandola come primo singolo con un video forte, realizzato dal super bravo Valerio Casanova, e, se ora è in finale per Musicultura, mi sento di dire che ho fatto bene a credere in lei!

 

Sei un artista dalla spiccata sensibilità che si percepisce soprattutto dai tuoi testi. Come nascono le tue canzoni?

Sono uno lento nella scrittura perché mi piace aspettare che ci sia un bisogno vero, ineludibile, che mi spinga a lavorare su una canzone, mi sembra un modo per dargli maggiore importanza, maggiore valore.

Se la spinta è vera, c’è una prima eruzione che poi lavorerò e rilavorerò per del tempo per essere certo che nessuna parola, nessuna, venga sprecata o venga messa lì per caso.

Credo nel fatto che la cura, l’amore, l’attenzione, rendano le canzoni più belle. I sentimenti, le emozioni, le idee, sono cose complesse da descrivere e, se vuoi essere sicuro di farti capire chiaramente, devi fornire a chi ascolterà tutti i mezzi per entrare in empatia, per prendere quella sensazione, ridotta all’essenza, farla propria, viverla. In più c’è il limite della sintesi che bisogna fare con una melodia, una ritmica, una struttura che la forma canzone impone.

Insomma io non vivo la musica come una lotteria e in più amo quello che faccio.

Una vita fatta di suoni, di stimoli ed emozioni che non sempre riusciamo a canalizzare nel migliore dei modi. C’è qualcosa che rifaresti in maniera diversa nella tua carriera musicale?

Si e no!!! Insomma con il senno di poi, ma soprattutto con l’esperienza accumulata, con le conoscenze che man mano acquisiamo, è facile dire che “se quella volta avessi fatto diversamente forse…”.

Quindi ogni volta provo a fare del mio meglio, a dare tutto quello che posso senza risparmiarmi, sempre cercando di proteggere i miei sogni, le mie idee e il mio sentire, consapevole che solo cercando di fare sempre il meglio possibile in quel determinato momento, posso trasformare un episodio poco felice, e quindi un potenziale rimorso o rimpianto, in un’occasione di crescita e miglioramento.

Poi uno che abbia vissuto o che viva la vita perfetta ancora non l’ho incontrato, sono certo però che la musica, l’amore, gli amici, un paio di birre buone, i viaggi e un’altra marea di piccole cose siano un’ottima cura ad un sacco di mali.

È un periodo che ci costringe a casa. Come stai vivendo le tue giornate? Che ascolti consiglieresti per questi giorni?

Io sono un nomade quindi la vita sedentaria, non lo nascondo, mi mette a dura prova. Però sto leggendo tantissimo, quasi qualsiasi cosa; suonando tanto; imparando una montagna di canzoni che mi piacciono e che di solito non ho il tempo di imparare; studiando tanto sullo strumento; scrivendo (quando mi riesce); portando avanti alcuni aspetti del mio lavoro di produttore; ascoltando tanta tanta musica.

Sto riscoprendo antichi amori, Beatles, Jimi Hendrix, Fairport Convention, approfondendo tanta roba nuova, senza tralasciare i miei ascolti preferiti.

Qualche nome random che non siano i miei soliti the National o Sigur Ros? Better Oblivion Community Center, Mura Masa, Soccer Mommy, Big Thief, Ed Sheeran, Whitney, Dirty Projectors, Ethan Gruska, Wilco.
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Intervista a cura di CristiAna Francioso 

L’artista è stato intervistato in occasione del “Resto in casa tour”, iniziativa ideata da Xo La Factory durante il periodo di quarantena.

 

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